Print and destroy II

Nei lontani anni Settanta i Beatles cantavano «You say you wanna a revolution, well, you know, we all want to change the world». Poi, trent’anni dopo, sono arrivate le opere di Shepard Fairey in arte Obey, e la rivoluzione è iniziata davvero. I risultati sono esposti a Milano, appesi alle pareti della nuova sede della Galleria Federica Ghizzoni che, dopo due anni, torna ad ospitare le opere del famoso street artist statunitense.

 Come lui stesso afferma le sue serigrafie vogliono essere un esplicito invito a «mettere in discussione qualsiasi cosa». Perciò non lasciatevi ingannare dall’aspetto fortemente decorativo dei suoi lavori. Non siamo davanti ai dei semplici sollazzi estetici, ma ad espliciti inviti a ribellarsi allo status quo ed abbattere il sistema. E il sistema può essere abbattuto solo in due modi: risvegliando la coscienza sociale e facendo presa sulle masse. Per questo motivo Obey inizia dalla strada, usando i muri come tela: più gente può vedere le sue opere, più il suo messaggio di cambiamento e pace può espandersi.

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“Mi  considero un  artista popolare. Voglio raggiungere le persone attraverso più piattaforme possibil”.

E allora ecco che le sue immagini iniziano a comparire anche su magliette, internet, adesivi e poster. Simboli di razze, culture e religioni diverse, messaggi sociali (Rock the vote, empower yourself, take part in democracy) e contro la guerra (War. Everyone wants it. Excpet smart people o il Make art not war U.N esposto oggi in mostra) personaggi famosi (politici e non), illustri scrittori e cantanti che son sempre stati dalla parte dei vinti, diventano i protagonisti delle sue stampe. I colori usatati sono quelli primari (blu, rosso, giallo, nero e bianco). I tratti essenziali, ma decisi. Una grafica pubblicitaria, secca, che ha portato il critico Peter Schjeldahl a definire il celeberrimo (e altrettanto discusso) poster Hope, che nel 2008 Obey ha realizzato in occasione della campagna politica di Obama: «La più efficace illustrazione politica americana dal famoso Uncle Sam Wants You». Del resto, lo stesso presidente Obama è arrivato a congratularsi con Obey affermando che «Il messaggio politico contenuto nei tuoi lavori ha incoraggiato gli americani a credere che loro possono cambiare lo status quo».

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Shepard Fairey

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Obey inizia a comparire nelle strade nel 1989 attraverso degli stickers raffiguranti il volto del famoso lottatore di wrestling André the Giant, accompagnato dalla scritta “André the Giant has a posse” e ben presto semplificato in “Obey giant”, da cui lo speudonimo usato dal writer. Partendo da questa semplice campagna, e vedendo il successo mediatico che ne consegue, Obey capisce l’importanza di poter agire su uno spazio pubblico creando delle trappole visive con ambigui significati in modo da poter “mettere in discussione qualsiasi cosa” – come lui stesso afferma – e far riflettere le masse sui più scottanti temi di attualità. Facendosi promotore di un’arte impegnata, i suoi interventi iniziano a farsi più grandi ed esteticamente più belli ed elaborati. Gli stickers vengono sostituiti da poster di grandi dimensioni che, in alcuni casi, arrivano ad occupare intere facciate di edifici. I soggetti sono spesso legati all’attualità: dalla violazione dei diritti umani alle complesse questioni politiche ed economiche, fino alla realizzazione di un’intera campagna di propaganda contro la guerra in Iraq.

Scade il 26 GIU 14
Shepard Fairey | Print and Destroy II
GALLERIA FEDERICA GHIZZONIcucchiaio3
Via del Lauro 14, Milano 
 martedì - sabato | 15.30-19.00
 Ingresso gratuito

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