Gli Spomenik: in viaggio nell’ Ex – Jugoslavia

Spomenik è un termine serbo-croato usato oggi per indicare una serie di monumenti commemorativi costruiti tra il 1950 e 1990, su tutto il territorio della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia di Tito. Lo scopo principale di questi monumenti era quello di celebrare la Resistenza, attuta dai partigiani jugoslavi, onorando e celebrando il loro eroico sforzo nella liberazione e difesa dei terriori occupati dalle forze armate dell’Asse.

Spomenik Podgaric (foto Miriam Sironi)

Si tratta di un fenomeno unico nel suo genere se si considera che, pur mancando attualmente un censimento preciso, i monumenti eretti nella sola penisola Balcanica in quegli anni si aggirano tra i 14 e i 40 mila. Numeri che rivelano anche l’importanza che il governo jugoslavo aveva dato a questo immane progetto che si rileverà poi un’ottima campagna propagandistica.

Da alcuni anni Donald Niebly ha intrapreso l’aurda sfida di ritracciare tutti gli Spomenik ancora esistenti. I risultati sono gratuitamente fruibili dal sito Spomenik Database (da cui è stato anche pubblicato un libro): per ogni monumento trovate esatta geocalizzazione, indicazione su come raggiungerlo, storia e lettura iconografica, oltre a diverse pagine di approfondimenti generali tra cui quelle su artisti e designer coinvolti nel progetto Spomenik.

Spomenik Jasenovac (foto Miriam Sironi)

Spomenik Jasenovac (foto Miriam Sironi)

Ma chi c’è dietro alla costruzione degli Spomenik? Potrà sembrare strano, ma inizialmente la costruzione degli Spomenik parte dal volere di singole città o gruppi partigiani, senza nessuna imposizione da parte del governo, al solo fine di celebrare la loro personale lotta partigiana. Successivamente, però, Tito vede in questi monumenti la possibilità di una velata propaganda, da diffondere in modo capillare su tutto il territorio della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia: gli Spomenik diventano allora più solenni e grandi, eretti ad emblema della costruzione di un nuovo domani e ad incitamento alla popolazione a sentirsi parte di un’unica nazione. Prova di ciò è il fatto che molti di questi monumenti furono pensati come dei veri e propri strumenti di comunicazione visiva, attraverso cui poter diffondere la storia, l’idoleologia e il mito della nuova Jugoslavia socialista.
Da qui è un attimo che gli Spomenik vengo associati al nome di Tito e al suo governo ed è per questo che, durante le guerre di indipendenza jugoslave degli anni Novanta, la maggior parte di questi monumenti viene distrutta o vandalizza; dei miglia di siti esistenti, oggi ne restano solo poche centinaia.

Spomenik Kosmaj (foto Miriam Sironi)

Strumenti del potere dunque, ma perchè con forme così strane? Dove sono le retoriche figure maschili, austere e muscolose, a cui tutti subito pensiamo parlando di monumenti commemorativi?
Negando la possibiltà che la Repubblica Socialista di Jugoslavia diventi uno stato satellite dell’Uniove Sovietica, Tito emancipa il suo stato anche da un punto di vista culturale, andando a definire uno stile jugoslavo: gli Spomenik devono essere costruiti in uno stile minimale, astratto ed allusivo, ponendosi agli antipodi del realismo socialista russo e guardando, invece, alle avanguardie Americane ed Europee.

Attraverso uno stile così astratto, Tito sperava anche di creare un nuovo linguaggio diffuso che potesse unire le numerose differenze etniche e religiose presenti nel territorio. Mancando, infatti, riferimenti diretti con la realtà, senza raffigurare uomini possenti e valorosi, Tito sperava di non risvegliare i diversi spiriti nazionali riuniti sotto la Repubblica Socialista di Jugoslavia e mantenere così la pace e l’unità nazionale.  Guardano gli spomenik i cittadini non doveano sentirsi croati, serbi, o sloveni, ma fieri e fedeli cittadini Jugoslavi.

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