Corpus Domini, Palazzo Reale

Avete bisogno di qualche consiglio sulle migliori mostre d’arte contemporanea da vedere a Milano a gennaio 2022?
Una mostra da non perdere assolutamente è Corpus Domini. Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima, a Palazzo Reale di Milano fino al 30 gennaio, a cura di Francesca Alfano Miglietti.

Oltre cento opere tra installazioni, sculture, disegni, dipinti, videoinstallazioni e fotografie di 34 artisti, alcuni esposti per la prima volta in Italia, per calarsi in uno spaccato della molteplicità della rappresentazione dell’essere umano dagli anni Settanta a oggi, tra materia e spirito, tra presenza e assenza, per raccontare vicende intime e private ma anche sociali e politiche.

Corpus Domini. Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima, a Palazzo Reale di Milano, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Il percorso guida lo spettatore attraverso i diversi linguaggi nati negli ultimi cinquant’anni e su più livelli di lettura, mettendo in discussione la percezione stessa dell’umanità. Il titolo si riferisce alla scomparsa del ‘corpo vero’ a favore del ‘corpo dello spettacolo’: da un Corpo Glorioso – il corpo della consapevolezza, della ribellione, dell’alterità – al Corpo del Contemporaneo – da un lato nella sua declinazione di corpo della società dello spettacolo e dall’altro nelle sue forme più poetiche: il corpo dell’esodo, del lavoro, della moltitudine silenziosa. Ponendo l’attenzione sullo storico passaggio dal corpo vivo protagonista della Body Art al corpo rifatto dell’Iperrealismo, sul mutamento dei canoni estetici della rappresentazione, e sulla potente evocazione dell’individuo mediante i suoi resti, le sue tracce, i suoi rivestimenti.

Un racconto che si snoda tra importanti nomi internazionali quali: AES+F, Janine Antoni, Yael Bartana, Zharko Basheski, Joseph Beuys, Christian Boltanski, Vlassis Caniaris, Chen Zhen, John DeAndrea, Gino de Dominicis, Carole A. Feuerman, Franko B, Robert Gober, Antony Gormley, Duane Hanson, Alfredo Jaar, Kimsooja, Joseph Kosuth, Charles LeDray, Robert Longo, Urs Lüthi, Ibrahim Mahama, Fabio Mauri, Oscar Muñoz, Gina Pane, Marc Quinn, Carol Rama, Michal Rovner, Andres Serrano, Chiharu Shiota, Marc Sijan, Dayanita Singh, Sun Yuan & Peng Yu, Gavin Turk.

Carole Feuerman, Next Summer, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Joseph Beuys, La Rivoluzione siamo noi, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Gino De Dominicis, Risata Continua – D’Io, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Scopriamo insieme i 10 autori che, per noi, hanno reso questa mostra così speciale!

Ma prima di iniziare il viaggio vi consigliamo di prendervi qualche minuto nella prima sala dedicata a Lea Vergine, figura importantissima nel panorama dell’arte italiana, recentemente scomparsa, da anni coinvolta con la curatrice al progetto, e a cui studi si devono le origini stesse di Corpus Domini.

Nella sala sono esposti documenti e fotografie che testimoniano la sua preziosa e singolare ricerca nel campo della Body Art, che rimane un riferimento imprescindibile nella narrazione relativa al corpo. Tra tutti vi segnaliamo il catalogo della mostra L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche, in cui la critica d’arte raccolse le artiste cancellate dalle avanguardie storiche. Le pittrici e scultrici che avevano svolto un ruolo primario nel grande rinnovamento artistico della prima metà del Novecento e si trovavano relegate in una provincia remota e marginale della storia dell’arte. Solo poche personalità erano state risparmiate da quella rimozione pressoché indiscriminata, dovuta alla disattenzione o al pregiudizio dei critici, all’autocensura delle stesse artiste, alle persecuzioni razziali, alle devastazioni delle guerre mondiali. Tuttora insuperato per rigore critico ed estensione delle esperienze indicate, il catalogo dell’esposizione è oggi ripubblicato in forma di libro come riferimento imprescindibile per chiunque voglia conoscere il ruolo dell’arte femminile nei movimenti di punta del secolo passato, a testimoniare il valore di un’intuizione critica che il quarto di secolo trascorso ha lasciato intatto.

Tra gli autori che più ci hanno colpito non poteva mancare Gina Pane, tra le prime a rientrare nel movimento della Body Art, grazie alla performance Azione sentimentale, 1973, la cui documentazione è esposta in mostra. La performer realizzò una serie di azioni meccaniche, prima con un mazzo di rose rosse e poi bianche. Tra queste due sequenze si inseriva nell’avambraccio sinistro le spine del fiore e incideva con una lametta dei piccoli tagli nelle pieghe della mano da cui fuoriusciva il suo sangue, ricreando così l’immagine di una rosa rossa. Contemporaneamente due voci femminili leggevano una corrispondenza in francese e in italiano: la prima raccontava la morte della madre e l’altra le esprimeva cordoglio inviandole un mazzo di rose. La performance si chiudeva con “Stranger in the Night” di Frank Sinatra.

Gina Pane, Azione sentimentale, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Joseph Kosuth è uno dei maggiori esponenti dell’Arte Concettuale, la sua opera più importante è One and Three Chairs, un’operazione concettuale di rappresentazione dello stesso oggetto dai suoi 3 punti di vista: materico, estetico e poetico. L’opera in mostra è costituita da 4 frasi realizzate con neon luminosi e prese da Text for Nothing una raccolta di storie scritte dal drammaturgo Samuel Beckett. La scelta dell’autore dipende dal fatto che entrambi erano accomunati dalla ricerca del significato degli oggetti e della loro relazione con il linguaggio.

Antony Gormley, PILE IV e Joseph Kosuth, Text for Nothing #4 #8 #17 #12, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Una menzione speciale va fatta a Christian Boltanski, scomparso da poco, che è in mostra con Le Terril Grand-Hornu (2015), una vera e propria montagna di abiti scuri, che sovrasta la sala. L’artista fa visualizzare una dimenticanza – ingombrante – di uomini e donne vittime dell’olocausto, attraverso il lascito di un oggetto, un vestito tetro, accatastato e privo di identità.

Christian Boltanski, La Terril Grand-Hornu, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Zharko Basheski, originario della Macedonia, è uno degli esponenti dell’Iperrealismo storico. L’artista realizza le sue opere con resine poliestere, marmi, siliconi e capelli naturali, materiali che rendono più inteso il rapporto con lo spettatore, che evidenziano la crudezza del corpo umano. In mostra sono presentate due opere che dialogano su diverse scale. Nell’opera Out Of… il busto imponete ma esangue di un uomo attaccato a una flebo, fuoriesce da una parete della sala espositiva. Subito accanto troviamo l’autoritratto dell’artista che si raffigura nella classica posa del pensatore, che si interroga sull’esistenza, ma mostrandosi (essendo quasi totalmente svestito) umano e vulnerabile.

Zharko Basheski, Out Of…,foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Zharko Basheski, Self Portrait…,foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

L’artista inglese Marc Quinn è presente in mostra con due statue in calcestruzzo, di due esseri umani il cui aspetto è alterato, la donna presenta sul corpo rilievi e cicatrici geometriche e tribali, mentre l’uomo tiene tra le mani la propria pancia gravida. Al centro della ricerca dell’artista sta infatti la mutazione dell’identità umana nelle sue forme, alcune irreali, altre impossibili, permettendogli di modificare la narrativa della statuaria classica: un modo per suggerire nuovi possibili mondi, e una società piena di realtà possibili che cambiano gli scenari della vita dell’essere umano.

Marc Quinn, Thomas Beatie, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Duan Hanson racconta uno spaccato della scena statunitense degli anni Settanta e Ottanta, in cui l’immaginario della società dello spettacolo si appiattisce dietro un unico corpo troppo reale per sembrare vero. Tourists II è una scultura in fibra di vetro composta da due figure, un uomo e una donna di mezz’età e in sovrappeso, vestiti come turisti, con occhiali da sole, berretto e macchina fotografica al collo e abiti coloratissimi. I due, quasi vivi, sembrano osservare un’opera, e questo innesca un meccanismo che fa sì che sia il visitatore stesso divenga il soggetto d’interesse dei due.

Duane Hanson, Tourists II, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Dayanita Singh usa la fotografia per riflettere ed espandere le modalità tramite cui ci relazioniamo con le immagini. I suoi lavori più recenti sono una serie di musei mobili. Questo lavoro nasce dall’interesse per la possibilità estetica e narrativa di interrompere e ricontestualizzare le varie sequenze e le ri-sequenze. Tra le opere in mostra citiamo File Museum che raccoglie foto di archivi burocratici archivisti che operano tra caos e ordine, e Time Measures che espone fotografie di plichi di documenti di archivi indiani che vengono avvolti da tessuti sfumati di rosso.

Dayanita Singh, File Museum, Time Measures, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Dayanita Singh, Time Measures, Sequence VII, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Urs Lüthi ha sempre lavorato con la “spersonalizzazione” della propria identità attraverso l’uso di fotografie e storie in cui si è raccontato diverso da sé. Nella sezione di Lea Vergine è presente la serie di fotografie del 1974 che l’hanno reso noto a livello internazionale, dove viene rappresentato in diverse pose e travestimenti che rendono esplicite alcune caratteristiche dismorfiche, androgine o anomale dell’essere umano. In mostra vi è anche Low action Games II, realizzazione scultorea di due sue fotografie in cui tiene una pallina in mano e la fa cadere, nella classica posa della venere e immortalato in due attimi racchiusi in un’unica immagine, come omaggio all’arte come unico mezzo per la rappresentazione della caducità del tempo.

Urs Lüthi, Low Action Games II, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

In mostra è presente una delle opere più rappresentative di Fabio Mauri: Il Muro Occidentale o del Pianto, esposta per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1993, una catasta di valige di cuoio che forma un muro alto 4 metri, che simboleggia la vita dei migranti, le loro speranze e le preghiere in attesa di una vita migliora. Rebibbia è invece la proiezione del film “La ballata di un soldato” di Grigorji Chukhraj, su una cassettiera di ferro recuperata dall’omonimo carcere romano occupato durante l’invasione nazista.

Fabio Mauri, Il muro del pianto, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

Chiharu Shiota, infine, è un’artista giapponese che vive e lavora a Berlino, al centro della cui ricerca si pone la memoria: l’opera in mostra è una raggera di fili di cotone rosso, che si ramificano da un’unica sorgente e alle cui estremità sono legate delle scarpe, ognuna diversa, nuove o usate, simbolo di un corpo assente che lascia una traccia.

Chiharu Shiota, Over the continent, foto Valeria Corbetta, 2021, Your own guide

 


Fino al 30 gennaio 2022
CORPUS DOMINI
Dal corpo glorioso alle rovine dell’anima
Palazzo Reale P.za del Duomo, 12
palazzorealemilano.it