CCCP: Cosmic communist constructions photographed

Frédéric Chaubin, editor-in-chief della rivista francese Citizen K, è anche un fotografo. Il suo progetto più famoso CCCP: Cosmic communist constructions photographed ruota intorno all’architettura sovietica degli anni ’70 e ’80, ed è una meticolosa raccolta di fotografie che documentano le utopistiche strutture che verso la fine del regime apparvero in vari paesi dell’Unione. Le foto proiettano un mondo quasi surreale, alieno, solitario e malinconico.

Lo scontro visivo tra la nostalgia evocata dalle immagini e le futuristiche, quasi fantascientifiche strutture ritratte, è l’aspetto che rende questo corpus molto più di un semplice catalogo di architettura. Se l’influenza della lezione di Bernd e Hilla Becher è forte, la componente soggettiva, intimista, quasi emozionale delle immagini, aggiunge delle sfumature che difficilmente si trovano nella fotografia di architettura.

Dal 2003 al 2010 Chaubin raccoglie un vasto numero di fotografie poi esposte in vari paesi del mondo, dal Giappone alla Germania dove al Museum of Contemporary Art di Karlsruhe si tiene la più omnicomprensiva delle sue mostre. Proprio in quest’occasione la Taschen pubblica il libro catalogo che è l’intera raccolta del suo lavoro suddiviso in cinque categorie distinte: edifici di intrattenimento e cultura, di scenza e tecnologia, di sport, di salute o resorts e di rito. L’autore racconta nel saggio introduttivo, come il progetto nasca dall’acquisto di un libro di seconda mano comperato in una bancarella a bordo strada nella città di Tbilisi, in Georgia, un giorno nell’agosto del 2003. Celate da un’anonima copertina grigia stavano circa 200 pagine scritte in cirillico, pubblicate nel 1987 in occasione del settantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre che conservavano una lista di edifici sovietici nella zona della Georgia, alcuni dei quali proprio nella città di Tbilisi. Ad alimentarne ulteriormente la curiosità sarà poi anche una copia della rivista ARCA sull’architettura della Perestroika che andrà ad arricchire il già vasto elenco di questi edifici.

La prima domanda che l’autore si pone è su come sia possibile trovare tanta libertà creativa nelle costruzioni quando ogni commissione di fatto veniva dallo stato. L’ipotesi che ne segue è che questo caotico fiorire di forme diverse ed irregolari verso la fine degli anni 70, sia una chiara espressione del prossimo crollo del regime. Se nella storia sovietica c’è sempre stato un forte rigore a livello architettonico, da questo momento in poi non troverà più uno stile dominante. È quindi in queste costruzioni che lui individua i primi insospettabili segni del collasso della USSR. Molti degli autori di queste inaspettate creature che si erigono dalla sobria monotonia dei manufatti sovietici sono sconosciuti ed altre tra le strutture fotografate sono state nel frattempo demolite.

Oggi l’impero sovietico è stato rimpiazzato da un mosaico di stati e il vero oggetto di questa collezione frammentato, disperso dalla creazione di nuovi confini politici. La maggior parte dei nuovi stati manifesta ostilità o al meglio una certa distanza da Mosca. Un’emancipazione è avvenuta di mano in mano con rigetto verso i vecchi usi e in maniera differente a seconda delle sensibilità locale.
L’architettura del periodo sovietico generalmente si incontra con l’indifferenza attuale poiché troppo direttamente associata ai bui anni di assedio e a una collettiva imposizione dall’esterno. Oggi comunque ci sono segni di riabilitazione, ad esempio, in Estonia o in Lituania dove le nuove generazioni sono chiamate a riabilitare questi edifici. Rigettando le obsolete idee di cancellazione di una memoria, si fa strada l’ipotesi che sia comunque meglio preservare ambigue eredità piuttosto che lasciare un vuoto storico.

 


Frédéric Chaubin
CCCP: Cosmic communist constructions photographed
Taschen, 2012
Pagine 312
Cartaceo € 39,99

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