1963 e dintorni. Nuovi segni, nuove forme, nuove immagini

Scade il 03 NOV 13

“In circostanze del genere i mesi contano come anni nello sviluppo figurativo: è un fatto che vale sempre nelle zone alte della storia della cultura, quando si assiste a un’accelerazione dei pensieri e dei risultati espressivi. […] Invece nei momenti di decadenza espressiva non si assiste ad accelerazioni e intrecci e gli anni contano come mesi; le soluzioni coesistono, gli artisti tendono a tirare avanti, i pochi grandi se ne stanno isolati: e di opere importanti non se ne vedono tante in giro.” Giovanni Agosti

“Oggi” e “La domenica del Corriere” parlano di Toy

A Milano il decennio degli anni Sessanta si apre con un aneddoto divertente, simbolo dell’incredibile popolarità e fermento culturale raggiunto in città attorno al tema dall’arte astratta o informale. Dal 2 gennaio 1961 la Galleria del Disegno espone, in una personale presentata da Gillo Dorfles, 35 dipinti di Toy, scimmia cappuccina brasiliana di proprietà del pittore Francesco D’Arena. Si manifesta così, tra le pagine dei rotocalchi, un significativo corto circuito tra le intenzioni della critica, che paradossalmente porta alle estreme conseguenze l’idea di una ricerca artistica basata sulla spontaneità e sulla primordialità della creazione e il vecchio populistico luogo comune anti-moderno sulla pittura astratta, che può essere opera anche di un bambino o, per l’appunto, di una scimmia. L’apparente immortalità associata all’arte informale va però, proprio negli anni Sessanta, un po’ ovunque, sgretolandosi e già nel breve periodo compreso tra il 1962 e il 1963 si assiste all’inizio di una stagione fatta di grandi cambiamenti, soprattutto a Milano, metropoli epicentro dei movimenti e delle rivoluzioni dei linguaggi artistici. L’ascesa della Pop Art, che avrà la sua consacrazione europea nella Biennale di Venezia del 1964, è preparata in un Italia che sta vivendo un momento di un’iniziale lettura critica verso l’incidenza dei mezzi di comunicazione, pervasa dalle iniziative di alcuni gruppi, come gli artisti romani della Scuola di Piazza del Popolo, che già nei primi anni Sessanta svolgono una nuova esplorazione pittorica delle immagini popolari, o il Gruppo 70 di Firenze, che riflette sulla relazione fra i nuovi media e i linguaggi dell’arte. Il superamento dell’informale, sancito da una mostra storica di quell’anno L’Informale in Italia fino al 1957, curata da Maurizio Calvesi e da interventi critici, come il numero 12 della rivista “Il Verri”, vede contrapporsi posizioni di ricerca visiva fondate sulla strutturazione della forma, come nelle iniziative dei componenti del Gruppo T e degli altri gruppi di area programmata e cinetica e la configurazione di nuove ipotesi di elaborazioni di segni, come nelle proposte degli artisti milanesi del Gruppo del Cenobio.

“Io penso che molte persone che manifestano un’impazienza, una difficoltà nel vivere le giornate, i mesi, il tempo che devono vivere, sono persone che bisogna rispettare e avere la sensibilità di attenderle, perché sono le persone che hanno capito quelle cose, quegli elementi di cui l’uomo a una certa età ha bisogno, come la dignità, la coerenza, il destino dei propri gesti per lo meno di fronte a se stessi. Sono persone che anche se non possono determinare quello che dovrebbero fare, almeno sanno quanto è atroce quello che debbono fare. Ed è già molto sapere quali sono le cose sbagliate, anche se non si capisce quali sono le cose assolutamente giuste.” Mario Schifano

La mostra, strutturata in parti distinte ciascuna appartenente ad una precisa corrente di pensiero, si apre con un omaggio a Piero Manzoni e Francesco Lo Savio, scomparsi entrambi nel 1963 non ancora trentenni e presto riconosciuti fra gli artisti più originali dei primi anni Sessanta. In modo diverso le loro opere esprimono il reciproco interesse per forme di azzeramento dell’espressione, condizione preliminare necessaria all’apertura verso le nuove sperimentazioni del decennio.

Oltre l’informale, i lavori del secondo nucleo espositivo, tutti realizzati intorno al 1963 segnalano come singoli protagonisti vadano rinnovando o precisando il loro vocabolario al di là delle tendenze in voga. Nelle opere di Gastone Novelli e Achille Perilli è il segno, fra il richiamo alla scrittura e la funzione visiva delle forme create, a costituire il centro dell’attenzione. Piero Dorazio struttura decisamente in senso ottico e percettivo le sue trame di colore, motivo che lo pone a confronto con le esperienze dell’arte dei gruppi cinetico-programmatici. Antonio Sanfilippo insiste sul segno-colore, in un processo di concentrazione ed espansione che caratterizza le sue opere del momento in senso dinamico ed espressivo. Nel polo milanese, invece, il distacco dall’informale si svolge per altre singolari proposte; tra gli autori già attivi in precedenti situazioni, Sergio Dangelo va recuperando morfologie surrealiste nelle sue tele dei primi anni Sessanta, mentre Giò Pomodoro svolge una ricerca formale che porta ad addensare il dinamismo materico in un processo di continuità spaziale. Antonio Recalcati dai primi anni Sessanta svolge la sua originale forma di composizione sulle impronte di indumenti personali, con una forte componente esistenziale e figurativa.

La terza parte della mostra propone le opere del Gruppo Uno: qui presenti i due autori Gastone Biggi e Nato Frascà intenti nell’indagare una nuova spazialità. Fanno in oltre parte del Gruppo Uno Nicola CarrinoGiuseppe Uncini, più orientati a svolgere in senso costruttivo e scultoreo le loro ricerche e i pittori Achille Pace e Pasquale Santoro, i quali ultimi lasceranno il gruppo fra il 1963 e il 1964.

Le opere degli artisti romani che nei primi anni Sessanta interpretano motivi simili a quelli della Pop Art internazionale, pur con soggetti e caratteri propri, dimostrano come l’acquisizione di modelli figurativi legati a iconografie urbane, filtrate dai nuovi media e rielaborati con tecniche di riproduzione originali e in parte impersonali, siano in un certo senso indipendenti dalla fortuna della Pop Art americana in Italia. Si parla della Scuola di Piazza del Popolo e di opere eseguite intorno al 1962, come quelle di Franco Angeli, Tano Festa o Sergio LombardoRenato Mambor usa uno strumento meccanico essenziale, un timbro a inchiostro, per costruire l’immagine di una folla e nell’opera maggiore qui presentata, del 1965, offre una visione di piazza Navona come modello pop, giocando su ombre e apparizioni. Mario Schifano svolge nel corso del 1963 una nuova esplorazione di soggetti naturalistici e anche Titina Maselli, nel rappresentare una natura morta contemporanea, recupera una dimensione pittorica quasi improvvisata.

Nel maggio 1963 ha luogo a Firenze, nel Forte del Belvedere, il convegno Arte e comunicazione, promosso dal Gruppo 70, che si era da poco costituito, sulla spinta delle proposte di Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti, giungendo a coinvolgere altri autori fiorentini, come Luciano Ori, Giuseppe Chiari, Antonio Bueno, Ketty La Rocca e Lucia Marcucci. Al convegno partecipano personalità dell’arte e della cultura, proponendo un collegamento con quanto, in ambito più specificamente letterario, viene sostenuto dal Gruppo 63. Settore specifico d’intervento diventa quello della produzione di opere in cui la parola e l’immagine si combinano, nei collage e in altre forme di costruzioni di opere con materiali linguistici rivolti a unire diversi media. La riflessione sulla fusione e sullo scambio fra i codici linguistici, che trova manifestazione nella definizione stessa di poesia visiva, oltre che esplicitarsi in incontri, convegni e performance, si manifesta nelle opere che spaziano dai giochi enigmistici, ai quali ricorre Miccini, alla costruzione di collage tematici, come in Pignotti, a forme di registrazione dei più banali documenti della quotidianità, in Ori, a giochi fondati sulle trasposizioni linguistiche e sulle cancellature, come in Chiari, il più vicino alle iniziative di Fluxus, o nelle opere di Emilio Isgrò.

La mostra si chiude con le opere degli autori che si riunivano nel dicembre 1962 in una mostra nella Galleria Cenobio, allora attiva a Milano in via San Carpoforo, autori che costituiranno il Gruppo del Cenobio che comprendeva Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Ettore Sordini, Arturo VermiAngelo Verga e inizialmente anche Raffaele Menster. La linea ripetuta, l’accenno di forme, la creazione di spazi minimi che sono al centro delle opere, denunciano la volontà di rimanere legati alla manualità, contro le ipotesi di fusione fra la pittura riproduzione meccanica dell’immagine.

1963 e dintorni è infine anche una buona occasione per rileggere l’allestimento di Cantiere del ’900 secondo una prospettiva legata a quel periodo, alle sue aspettative, ai suoi risvolti. Oltre alle trenta opere esposte nella sala 8, altre presenti nel percorso complessivo, in particolare quelle riunite nelle sezioni Arte programmata e cinetica, anni Sessanta: segni, parole, narrazioni; anni Sessanta: le cose, le immagini partecipano all’esposizione del momento e sono per questo segnalate lungo il percorso.

1963 e dintorni. 
Nuovi segni, nuove forme, nuove immagini
Gallerie d’Italia
Piazza della Scala 6, Milano
Ingresso gratuito
www.gallerieditalia.com

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