Torre Prada

L’apertura della Torre della Fondazione Prada, segna il completamento della sede di Milano ad opera dello studio OMA guidato dall’architetto Rem Khoolas, caratterizzata da un’articolata configurazione architettonica che combina edifici preesistenti della ex distilleria Società Italiana Spiriti risalente agli anni dieci del Novecento, immediatamente a sud dell’ex scalo romana, e tre nuove costruzioni: il Podium, il Cinema e la Torre.

Carsten Höller, Upside Down Mushroom Room, (dettaglio), Foto Stefano De Crescenzo

All’interno dei sei livelli espositivi della Torre è ospitato il progetto “Atlas” nato da un dialogo tra Miuccia Prada e Germano Celant. Riunisce opere della Collezione Prada, realizzate tra il 1960 e il 2016, che rappresentano una possibile mappatura delle idee e delle visioni che hanno guidato la formazione della collezione e le collaborazioni con gli artisti che hanno contribuito allo sviluppo delle attività della fondazione nel corso degli anni.

Grandi nomi come Carla Accardi e Jeff Koons, Walter De Maria, Mona Hatoum ed Edward Kienholz and Nancy Reddin Kienholz, Michael Heizer e Pino Pascali, William N. Copley e Damien Hirst, John Baldessari e Carsten Höller.

Dall’apertura della nuova sede nel 2015, la collezione è diventata uno degli strumenti di lavoro a disposizione del programma culturale della fondazione, assumendo diverse configurazioni – dalle mostre tematiche alle collettive, dalle antologiche ai progetti curati da artisti – e trova ora nella Torre uno spazio permanente di esposizione.

Fondazione Prada, veduta, Foto Valeria Corbetta

La Torre: architettura

La Torre, alta 60 metri, si sviluppa su nove piani: una parte dei livelli è a base trapezoidale e l’altra metà rettangolare, creando dei volumi inediti che danno vita a spazi espositivi unici ed emozionanti e rendendo l’edificio uno degli elementi più riconoscibili della fondazione.

L’altezza dei soffitti, crescente dal basso all’alto, varia dai 2,7 metri del primo piano agli 8 metri dell’ultimo livello. Le facciate esterne sono caratterizzate da una successione di superfici di vetro e cemento, che attribuiscono così ai diversi piani un’esposizione alla luce sul lato nord, est o ovest, mentre l’ultima sala è dotata di luce zenitale.

Torre Prada, veduta, Foto Valeria Corbetta

Dalla Torre Prada, veduta, Foto Stefano De Crescenzo

Dalla Torre Prada, veduta, Foto Stefano De Crescenzo

A sud un corpo diagonale interseca il volume verticale dell’ascensore panoramico, saldandosi al volume irregolare della Torre e generando un contrappunto di forme che si inseriscono come landmark nel paesaggio urbano di Milano.

Come sostiene Rem Koolhaas: “Il progetto della Fondazione Prada non è un’opera di conservazione e nemmeno l’ideazione di una nuova architettura. Queste due dimensioni coesistono, pur rimanendo distinte, e si confrontano reciprocamente in un processo di continua interazione, quasi fossero frammenti destinati a non formare mai un’immagine unica e definita, in cui un elemento prevale sugli altri. Vecchio e nuovo, orizzontale e verticale, ampio e stretto, bianco e nero, aperto e chiuso: questi contrasti stabiliscono la varietà di opposizioni che descrive la natura della nuova Fondazione. Introducendo numerose variabili spaziali, la complessità del progetto architettonico contribuisce allo sviluppo di una programmazione culturale aperta e in costante evoluzione, nella quale sia l’arte che l’architettura trarranno beneficio dalle loro reciproche sfide”.

 Torre Prada, veduta, Foto Valeria Corbetta

 Dalla Torre Prada, veduta, Foto Valeria Corbetta

Atlas: la collezione Prada

“Atlas” si propone di evidenziare le possibili mappature di una collezione d’arte, partendo da frammenti di territorio che possono essere identificati attraverso un tema, una generazione, un linguaggio e una storia.

Il rilevamento di una unità teorica o processuale è condotto dall’interno del materiale conosciuto, ma con un distacco che permette l’identificazione anche a un pubblico esterno.

È un muoversi dentro la collezione, con un’ottica di prossimità e una logica di lontananza così da offrire, di volta in volta, una lettura o un attraversamento inedito.

Piano 2 – Sala I: Carla Accardi e Jeff Koons.

Nel percorso espositivo il fil rouge sono i contrasti, le opere dialogano tra loro attraverso collegamenti inaspettati, a cominciare dai materiali. Come nel caso dei lavori policromi di Carla Accardi, realizzati a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70, una serie di ricercatissimi ideogrammi dipinti con vernici trasparenti su supporti in sicofoil – materiale utilizzato in campo industriale, che circondano Tulips, i giganteschi tulipani di acciaio specchiante di Jeff Koons.

Jeff Koons, Tulips, (dettaglio) foto di Stefano De Crescenzo

Jeff Koons, Tulips, foto di Stefano De Crescenzo

Piano 3 – Sala II: Walter De Maria

Al piano superiore troviamo le tre Chevrolet rosse e beige di Bel Air Trilogy: Circle Rod, Square Rod, Triangle Rod 2000-2011, opera di Walter De Maria che avevamo visto allestite nel Deposito all’apertura della sede nel 2015 e completano in qualche modo questo “richiamo del colore”.

Walter De Maria, Bel Air Trilogy: Circle Rod, Square Rod, Triangle Rod 2000-2011, (dettaglio), foto Stefano De Crescenzo

Piano 4 – sala III: I coniugi Kienholz e Mona Hatoum

Al quarto piano i coniugi Edward e Nancy Kienholz presentano con i loro assemblage uno spaccato dell’arte californiana degli anni ’60, impiegando un immaginario realistico, quotidiano e inequivocabile per creare “un’arte della repulsione”, in diretta opposizione alla componente narcisistica presente nell’Espressionismo astratto o al feticismo delle merci e dei materiali industriali tipico della Pop Art e del Minimalismo.  Nella sala luminosissima queste opere dialogano con quelle  dell’artista libanese Mona Hatoum, Remains of the Day (s version), 2016, un’opera che richiama la tragedia di Hiroshima. I gusci di filo carbonizzato sono il simbolo del danno causato dal fuoco atomico e la loro fragilità evoca il potere distruttivo della bomba. Il lavoro ricorda anche gli arredi abbandonati visti nelle regioni di tutto il mondo colpite da disastri naturali. Remains of the Day non è solo un silenzioso testimone della distruzione di guerra e conflitti, ma anche un monumento alle future catastrofi e guerre che potrebbero essere ugualmente minacciose e alla popolazione mondiale.

Mona Hatoum, Remains of the Day, (dettaglio) foto Stefano De Crescenzo

Edward e Nancy Kienholz, foto Valeria Corbetta

Piano 5 – Sala IV: Pino Pascali e Michael Heizer

Al quinto piano, le opere Confluenze 1967, Pelo, 1968 e Meridiana di Pino Pascali sono accostate ai lavori dello statunitense Michael Heizer noto per le opere in grande scala realizzate negli spazi aperti dei deserti americani, l’artista occupa interamente le pareti della Fondazione con opere geometriche pure e incentrate sulla relazione tra negativo e positivo.

Pino Pascali, Confluenze 1967, Pelo, 1968 e Meridiana,  veduta del piano, foto Valeria Corbetta

Michael Heizer, foto Valeria Corbetta

Pino Pascali e Michael Heizer, veduta del piano, foto Valeria Corbetta

Piano 6 – Lucio Fontana e ristorante

Anche il 6 piano vale una visita, degno di nota il bar, che è una vera e propria installazione di Carsten Holler dal titolo The Double Club (2008-2009) e le tre sculture di Lucio Fontana – due ceramiche policrome Cappa per caminetto (1949) e Pilastro (1947) e un mosaico a pasta di vetro e cemento Testa di medusa (1948-54).

Il Bar della Torre, The Double Club (2008-2009), foto Stefano De Crescenzo.

 Lucio Fontana, Testa di Medusa, Foto Valeria Corbetta

Piano 7 – Sala V: Damien Hirst e William N. Copley

Damien Hirst e William N. Copley occupano la sala V, con soffitti molto alti e un’immensa parete di vetro che consente una vista mozzafiato su Milano. L’artista William N. Coopley riprende soggetti e rituali erotici provenienti da riviste per adulti nell’intento di superare, per usare le sue parole, “le barriere della pornografia per irrompere nel territorio della gioia”. Mentre Damien Hirst presenta una delle sue scioccanti installazioni, for Inspiration, costituita più teche isolate, dove sono state rinchiuse delle mosche vive, morte a centinaia, che si nutrivano di zollette di zucchero, per poi perdere la vita tutte nello stesso punto, attratte dalla luce e dall’elettricità, come una crudele metafora della vita umana.

Damien Hirst, (dettaglio), foto Valeria Corbetta

Piano 8 – Sala VI: Carsten Höller e John Baldessarri

Carsten Höller e John Baldessarri hanno invece bisogno di spazi chiusi per ricreare mondi percettivi alterati e sofisticati, rispettivamente con i celebri funghi capovolti (Upside Down Mushroom Room) e con la suggestiva Blue Line, della fine degli anni ’80.

Carsten Höller, Upside Down Mushroom Room, foto Valeria Corbetta

Visita anche l’Osservatorio Prada.


FONDAZIONE PRADA
Largo Isarco 2, Milano
Tutti i giorni: 10.00 – 21.00
PROGETTI PERMANENTI
Intero – 10 € Ridotto – 8 €
PERMANENTI + MOSTRE
Intero – 15 € Ridotto – 12 €
Per info su mostre e novità:
www.fondazioneprada.org

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