Mario Merz, Igloos

Un ambiente immerso nel buio, costellato da costruzioni dalla tipica forma dell’igloo e da luci al neon accolgono il visitatore all’Hangar Bicocca come un microcosmo che racconta il percorso creativo di Mario Merz. La mostra curata da Vincente Todolì desidera ripercorrere le orme di un’altra grande personale realizzata nel 1985 dalla Kunsthaus di Zurigo e curata da Harald Szeemann. Per l’occasione sono state inviate opere dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, dalla Tate Modern di Londra, dall’Hamburger Bahnhof di Berlino e dal Van Abbemuseum di Eindhoven.

Installation view. Photo credit: Francesca Viganò

L’igloo rappresenta per l’artista la forma minima ed elementare dell’abitare, si tratta di una struttura utilizzata sin da tempi antichissimi e ancora oggi sfruttata da popolazioni nomadi. Attraverso questa forma l’artista indaga i concetti di superficie e confine, le relazioni tra interiorità e collettività; l’igloo per l’artista può divenire paradigma dell’uomo, dei confini della sua individualità. Il neon aggiunge un elemento contemporaneo, spezza la sospensione metafisica della forma elementare per lanciare messaggi all’uomo di oggi.

Photo credit: Francesca Viganò

Merz rivolge sin dagli inizi la sua attenzione alla natura: l’intento non è quello di rappresentarne impressioni visive, nè sensoriali, ciò che lo affascina sono i numeri e le relazioni matematiche riscontrabili nella natura.
In un’intervista Rai l’artista racconta come davanti alla campagna estiva fosse impressionato dal pensiero della quantità di foglie presenti entro il raggio della sua vista. Allo stesso modo lo impressionava la quantità di frutti. L’impressione che la natura ha avuto sull’artista è basata sulla quantità e sull’idea di serie elementi che ripropone nei suoi lavori.

Installation view. Photo credit: Francesca Viganò

Inizialmente, sotto l’influenza dell’Informale e del New Dada aveva sperimentato come mezzo espressivo il disegno di un unico tratto senza mai staccare la matita dal foglio, affidandosi alla gestualità e al caso. L’attenzione per i numeri porta in seguito l’artista ad appassionarsi ai rapporti matematici presenti in natura, ecco che entrano nelle sue opere le serie di Fibonacci: una successione di numeri con la caratteristica di essere ciascuno la somma dei due numeri precedenti. Questo rapporto si ritrova in natura in molte strutture di accrescimento, tra gli esempi più celebri il guscio del nautilus, la disposizione dei semi di girasole, la coda del cavalluccio marino, ma anche la modalità di crescita di una popolazione di conigli a partire da una coppia fertile. La progressione di Fibonacci in geometria riporta alla forma della spirale, che ha un andamento ciclico e si ricollega al concetto di tempo e di velocità.

Installation view. Photo credit: Francesca Viganò

I neon con le serie di numeri di Fibonacci introducono nell’opera il concetto di processo, di progressione nella costruzione e di un modello architettonico che imita la natura e il suo accrescimento spontaneo. Non si tratta mai di accumulazione, ma di “proliferazione”, sviluppo, crescita, da cui emerge l’aspetto processuale dell’operazione artistica.
Le tele, le fascine, gli igloo trafitti dal neon sono, dice Merz, “due tempi che si incrociano”. La fascina richiama riferimenti sia alla natura che all’uomo: era natura, ma è stata realizzata dalla mano dell’uomo, che organizza, ordina, ottimizza. Si tratta di un prodotto molto rudimentale, che si immagina sia stato utilizzato sin dalla preistoria a partire dalla scoperta del fuoco, il neon invece rappresenta la contemporaneità, il moderno, la luce elettrica e quindi introduce un incontro tra due tempi distinti, un primitivo ed uno contemporaneo.

Installation view. Photo credit: Francesca Viganò

Il percorso espositivo affascina per la varietà di materiali e interpretazioni della forma architettonica dell’igloo, si passa dal catrame, al vetro fragile e trasparente, dalla iuta, al prezioso marmo bianco, fino alle fascine e alla rete metallica, confini che proteggono, oscurano, oppure al contrario lasciano intravedere o mostrano senza inganni il loro interno, in una sequenza di messaggi che mischiano archetipi e contemporaneità.

Installation view. Photo credit: Francesca Viganò

Mario Merz nasce a Milano nel 1925, da famiglia di origine svizzera e cresce a Torino. Durante la guerra lascia la Facoltà di Medicina e si unisce al movimento antifascista “Giustizia e Libertà”. Nel 1945 fu imprigionato per un anno alle Carceri Nuove di Torino, risalgono a questi anni i disegni realizzati con un tratto grafico continuo, senza mai staccare la punta della matita dalla carta.
Nel 1954 tiene la prima personale presso la Galleria La Bussola a Torino, dove espone disegni e quadri i cui soggetti rimandano all’universo organico e dai quali emerge la conoscenza dell’Informale e del linguaggio dell’Espressionismo Astratto americano. Nel 1959 sposa Marisa, artista che diventerà sua compagna inseparabile. Dalla metà degli anni Sessanta il desiderio di lavorare sulla trasmissione di energie dall’organico nell’inorganico lo porta a realizzare opere in cui utilizza il neon come mezzo espressivo che associa ad oggetti di uso quotidiano.

A Torino incontra il critico Germano Celant, che conia il termine “Arte Povera” e lo include tra gli esponenti del nuovo linguaggio. Con l’adozione della forma dell’igloo, intorno al 1968, si definisce la forma espressiva dell’artista, che si distacca completamente dalla dimensione della pittura.

A partire dal 1970 inizia a usare la serie numerica di Fibonacci, all’interno della quale riconosce un sistema capace di rappresentare i processi di crescita del mondo organico. A Berlino, dove soggiorna per un anno nel 1973, indirizza la propria ricerca sul tema dei tavoli, intesi quali elementi unificanti, fondamentali per la costruzione di una possibile “Casa Fibonacci”. Dalla seconda metà degli anni Settanta si dedica a una serie di opere dove l’igloo, le fascine, i numeri al neon, i tavoli e gli ortaggi includono pacchi di giornali. La prima personale in un museo europeo è alla Kunsthalle di Basilea, seguita dalla mostra all’Institute of Contemporary Art, Londra (1975). Partecipa alla Biennale di Venezia (1976 e 1978).

*La successione di Fibonacci, introdotta per la prima volta da Leonardo da Pisa, meglio noto come Fibonacci poiché filius Bonacci, il figlio di Bonaccio, come soluzione alla modellizzazione matematica della crescita di una popolazione di conigli in n mesi. La successione di Fibonacci è una successione ricorsiva lineare e omogenea, definita nel modo seguente: ogni termine è quindi somma dei due termini che lo precedono: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, …
Il secondo strumento essenziale è la cosiddetta spirale logaritmica. Quest’ultima è una figura geometrica ottenuta, come scoprì per la prima volta Cartesio, considerando la traiettoria di un punto che si muove di moto uniformemente accelerato su una semiretta, la quale ruota uniformemente intorno alla sua origine. Il numero φ, detto numero aureo, è definito come il rapporto tra due grandezze disuguali la cui somma è media proporzionale tra la minore e la loro somma: ( a + b ) : a = a : b. Tale rapporto vale approssimativamente 1,618.


SCADE IL 24 FEB 19
Mario Merz, Igloos
Hangar Bicocca
via delle Chiese
Ingresso: gratuito

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