Adele Re Rebaudengo, Common pavilions

Quando si pensa alla Biennale di Venezia le prime immagini che vengono alla mente sono quelle scattate dai grandi fotografi (Mulas e Berengo Gardin in primis) che l’hanno vissuta non come protagonisti, ma come silenziosi e discreti reporter.

I loro scatti hanno immortalato gli artisti e i personaggi importanti, le folle, la frenesia e il fermento che un evento di tale portata inevitabilmente porta con sé, finendo per concentrare la loro ricerca sul contenuto piuttosto che sul contenitore. Sosteneva Basilico:

Nella ritualità degli eventi della Biennale (…) tutto diventa più cangiante, come irradiato da una luce nuova, non solo i pavillon vestiti a festa per la manifestazione ma anche la natura, dalle foglie degli alberi alla ghiaia dei viali, che sembra anch’essa “ridipinta” per l’evento. Lo sguardo si sposta veloce, come seguendo un videogame, cercando di posarsi ovunque per non perdere nulla. Alla fine si è preda di una percezione visiva bulimica, che non sa rinunciare a nessuna occasione di metabolizzare tutto ciò che ha colpito il nostro sguardo.

Il rischio, infatti, è quello di dare per scontata la presenza all’interno dei Giardini di edifici realizzati da famosi architetti internazionali, spesso totalmente ignorati durante il marasma della Biennale. Da questi presupposti è nato il progetto Common Pavilions – ideato da Adele Re Rebaudengo, Diener & Diener Architects e Gabriele Basilico – presentato in occasione della 13^ Biennale Internazionale di Architettura del 2012 e dedicato ad indagare da un punto di vista architettonico uno dei più suggestivi posti di tutta Venezia.

Quando abbiamo deciso di raccontare questo luogo veneziano ricco di incanti, avevamo di fronte a noi due possibilità: i momenti concitati e intensi durante le esposizioni internazionali – che si sviluppano per un terzo di un anno solare – oppure il letargo che invade i Giardini per il resto dell’anno. Da subito ci è sembrata più interessante la seconda opzione.

Ciascuno dei ventinove padiglioni internazionali è stato affidato ad un architetto, un artista, uno storico dell’arte e dell’architettura o un filosofo che ha analizzato l’identità delle architetture e il modo in cui esse vengono percepite all’interno dello spazio pubblico dei Giardini. Il modo di approcciarsi a questi edifici è stato del tutto libero e personale: alcuni hanno indicato le premesse e le idee che stanno alla base della struttura dei padiglioni, altri hanno sviluppato la storia oppure discusso del modo in cui i padiglioni sono stati allestiti nel tempo o ancora parlato della loro visione sull’architettura.
Tutte le osservazioni rilevate sono poi state trascritte in brevi saggi, registrati anche su podcast, e raccolti sul sito http://commonpavilions.com in modo tale da offrire al visitatore una sorta di manuale di architettura sui Giardini consultabile in tempo reale e gratuitamente nel momento stesso in cui ci si trova a girovagare tra questi silenziosi giganti.
Al fotografo Gabriele Basilico è stato affidato il compito di immortalare nella loro desolazione e apparente abbandono gli interni e gli esterni dei ventinove padiglioni in una serie di immagini – rigorosamente in bianco e nero – nelle quali il sentimento di sospensione temporale che trasmettono diventa quasi presenza tangibile.

È emozionante visitare i Giardini senza il fiume umano che li invade, osservare i padiglioni – architetture solitarie abbandonate nell’attesa, con una corporeità fisica silenziosa – nel loro stato latente, senza il rumore del consumo espositivo. (Gabriele Basilico)


Adele Re Rebaudengo
COMMON PAVILIONS
Contrasto, 2013
pag 208
cartaceo £ 35

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