Chi ha paura del disegno? Opere su carta del ‘900 italiano dalla Collezione Ramo

Il Museo del Novecento presenta la mostra “Chi ha paura del disegno?”, dedicata alle opere su carta del ‘900 italiano della Collezione Ramo. Più di cento opere, da Boccioni a Paolini, passando per scultori come Wildt, Melotti e Fontana, approdando alla pop art italiana di Tano Festa, Fabio Mauri, Pino Pascali, Mario Schifano, fino ai contributi dell’arte povera con Castellani, Kounellis, Paolini.

 Umberto Boccioni, Controluce, 1910, Collezione Ramo.

Il titolo della mostra volutamente provocatorio riafferma la dignità e il valore del disegno, opera spesso ritenuta di minor valore rispetto alla pittura e alla scultura. Spesso il disegno è stato sinonimo di fase preparatoria, di bozzetto, in questa mostra invece se ne intende affermare tutto il valore artistico autonomo. Il segno grafico mette a nudo forse meglio di ogni tecnica l’essenza espressiva di un artista, lo spoglia degli effetti ottenuti grazie al colore e ne permette di apprezzare con maggiore forza il gesto espressivo.

 Käthe Kollwitz, The March of the Weavers in Berlin, 1897

La potenza comunicativa del disegno appare eclatante nelle vignette di Courbet, Dorè o in artisti del ‘900 come Kate Kollwitz. Di non trascurabile rilevanza appare proprio il contributo italiano, come intende affermare con forza questa mostra. Tra le opere si possono apprezzare l’ironia innata e spontanea di Fontana, la presenza quasi palpabile della luce e la possibilità di immaginare i colori del controluce di Boccioni, la fantasia di De Chirico e i giochi materici di Burri, solo per citarne alcuni.

 Adolf Wildt “Animantium rex homo”, 1925, Collezione Ramo. Credit foto: Francesca Viganò

Come spesso accade, si deve la raccolta di questo corpus di disegni al gusto di un collezionista, l’imprenditore milanese Giuseppe Rabolini, fondatore dell’azienda Pomellato e disegnatore di gioielli, che nell’arco della sua vita ha raccolto una delle maggiori raccolte private di opere su carta del XX secolo. A lui si deve anche il restauro, di ormai prossima inaugurazione all’Ambrosiana, del cartone della Scuola d’Atene di Raffaello. Egli prediligeva il disegno poiché leggeva in esso il momento esatto in cui l’idea, libera dai condizionamenti del pubblico e del mercato, passa dalla mente alla mano dell’artista. Ne raccolse 600, di 110 artisti italiani, cento dei quali tutti preziosi per qualità, rarità, significato storico, sono stati riuniti da Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della collezione e della mostra.

Il Museo del Novecento appare la sede perfetta, infatti offre al visitatore la possibilità di un confronto diretto con i dipinti e le sculture della collezione permanente, in cui compaiono molti nomi in comune con la Collezione Ramo.

Fausto Melotti, Senza titolo, 1968. Matita grafite su carta, 34 x 25 cm. Courtesy: Collezione Ramo

  Fausto Melotti, collezione permanente, Museo del Novecento . Credit foto: Francesca Viganò

Riportiamo un estratto dell’intervista alla curatrice della mostra Irina Zucca Alessandrelli, tratta dall’articolo “COLLEZIONARE OPERE SU CARTA: LA COLLEZIONE RAMO DI MILANO” 

«Come quasi tutti i bambini disegnavo, ma ho capito presto che non ero un artista. Avrei potuto però disegnare i gioielli per l’azienda di famiglia, sviluppando un’attività di gioiellerie e a lato interessarmi degli artisti, specialmente di quelli che disegnano». Inizia così la storia della Collezione Ramo di Milano, una delle raccolte italiane più importante di disegni e opere d’arte su carta, nata dall’amore di Giuseppe Rabolini per il segno e per l’arte ed emblematica di come da un primo acquisto, nato in primo luogo da un “semplice” desiderio di possesso, si possa sviluppare negli anni, con passione e dedizione, una collezione personale che da un piccolo nucleo iniziale arriva ad evolversi fino ad avere un obiettivo storico-scientifico preciso. In questo caso quello di dimostrare, attraverso il disegno, che nel Novecento l’Italia non è stata seconda a nessuno nel campo dell’arte e, nello stesso tempo, promuovere una cultura del disegno, dal valore autonomo, al pari di pittura e scultura come ci spiega in questa intervista Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della Collezione Ramo, che ci dà anche una breve lezione di collezionismo “in presa diretta” da cui trarre importanti consigli per iniziare col piede giusto a collezionare opere su carta.

Nicola Maggi: Dimostrare la grandezza dell’arte italiana attraverso il disegno. E’ questo l’obiettivo che 5 anni fa Giuseppe Rabolini si è dato come collezionista…

Irina Zucca Alessandrelli: «Innanzitutto per disegno, nel nostro caso, intendiamo opere su carta, work on paper. In collezione ci sono, infatti, le tecniche più disparate: dalla tempera, all’acquerello, al pastello a cera, al pennarello… Partire dal disegno, significa innanzitutto capire il tipo di legame che ogni artista rappresentato ha stabilito con questo mezzo espressivo. Per esempio Melotti metteva sullo stesso piano il disegno e la scultura; l’ha dichiarato più volte, era come se fossero due mezzi espressivi equivalenti e per lui il disegno era imprescindibile per essere un artista. E lo tesso vale anche per Salvo e per Boetti, per i quali il disegno è stato un mezzo espressivo privilegiato. L’importanza del disegno per gli artisti del secolo scorso non significa che lo considerassero come un mezzo preparatorio per fare poi una pittura o una scultura, ma significa piuttosto che senza disegnare non si sentivano artisti; cioè che la produzione su carta seguiva in parallelo tutta l’attività e la carriera di un artista.

Fontana era un grafomane, disegnava sempre, in continuazione, non solo i progetti che aveva in testa, ma anche delle scenette, dei ritratti di donna. La carta era una propaggine della sua mente. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso qualsiasi artista cominciava la sua pratica con il disegno: era la formazione obbligatoria nelle Accademie, per cui rimane la spina dorsale dell’arte del Novecento. Era come il lavoro a computer oggi: nessun artista immagina di lavorare senza il computer, che sia un artista video o un fotografo o che si occupi di installazione. Il file serve a pensare, esattamente come il disegno nel secolo scorso. Però la qualità artistica dell’opera su carta era altissima.  Studiando i disegni degli artisti, partendo dai soggetti, dalle tecniche e dal significato che avevano per loro, emerge una storia diversa che nessuno ha mai raccontato in modo programmatico, senza collegarla alla storia tradizionale dei movimenti artistici, ma analizzandola in autonomia, a prescindere».

Lucio Fontana, I vigliacchi (Pratelli, Sironi, Ponti), 1933. Matita grafite e inchiostro su carta, 28.9 x 22 cm. Courtesy: Collezione Ramo

N.M.: …e la Collezione Ramo, infatti, ha tra i suoi obiettivi proprio quello di promuovere la cultura del disegno come mezzo espressivo dal valore autonomo e non solo come mezzo preparatorio per la realizzazione di dipinti e sculture. Su questo fronte qual è la situazione in Italia?

I. Z. A.: «Il disegno non si vede quasi mai nelle mostre o comunque molto poco. E’ ancora molto bistrattato. Spesso quando è esposto è illuminato male, non ha il vetro antiriflesso o non è stato restaurato, per cui presenta varie macchie da ossidazione, scotch. A volte è talmente rovinato che perde di interesse. Il problema è anche la fragilità della carta, che richiede molta cura specialistica. Manca ancora una cultura del disegno, ma il mercato ora si sta interessando di più a questo mezzo. L’anno scorso adArtissima c’è stata per la prima volta in Italia una sezione dedicata al disegno, segno che le cose stanno lentamente cambiando».

N.M.: Come ogni Collezione, anche la vostra è iniziata dal desiderio, comune a molti appassionati d’arte, di possedere delle opere originali… qual è stata la fatale “numero uno”?

I. Z. A.: «Le prime opere acquistate sono state di Fontana, però direi che da parte di Giuseppe Rabolini, il proprietario della Collezione Ramo, non c’è mai stato un mero desiderio di possesso e, infatti, le opere non sono mai state esposte in casa sua, ma vivono da sempre in un caveau a 17 gradi, al buio, in cartellette acid-free, mai incorniciate né esposte. C’è piuttosto stato da parte del collezionista il desiderio di raccontare l’arte italiana dal punto di vista del mezzo espressivo più autentico e diretto per gli artisti dell’epoca. C’è un bisogno di creare una collezione la più completa possibile, per rappresentare al meglio gli artisti italiani, per dimostrare la loro incredibile originalità e inventiva, più che un senso di possesso».

Lucio Fontana, Senza titolo, quattro studi per Concetto spaziale, 1953-1954. China su carta, 22 x 28 cm. Courtesy: Collezione Ramo

Foto copertina courtesy of Milanosparklingmetropolis 


SCADE IL 24 febbraio 2019
Chi ha paura del disegno? Opere su carta del ‘900 italiano dalla Collezione Ramo. Museo del Novecento di Milano

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