Carlo Carrà, Milano Palazzo Reale

La mostra di Carlo Carrà a Palazzo Reale presenta a tutto tondo la figura del pittore italiano, uno dei maggiori maestri del Novecento, raccontando la sua storia, presentandolo attraverso le sue gioiose video interviste, mostrandone il suo metodo e i suoi segreti, ma soprattutto la semplicità e la quotidianità del suo personaggio: grande e al contempo vicino all’uomo comune, al visitatore di oggi.

Carlo Carrà, Estate, 1930, Museo del Novecento, Milano “Copyright Comune di Milano – tutti i diritti di legge riservati”

Palazzo Reale ha un legame storico con Carlo Carrà e infatti presenta, per la terza volta, un’importante rassegna antologica sul maestro della pittura del ‘900. La prima esposizione risale al 1962 quando Carrà era ancora in vita e fu realizzata sotto la presidenza dell’amico e famoso critico d’arte Roberto Longhi. La seconda rassegna risale ormai a più di trent’anni fa, con la mostra antologica del 1987.

Quella di oggi può essere considerata la più ampia esposizione mai realizzata sul pittore, curata da Maria Cristina Bandera direttrice scientifica della Fondazione Roberto Longhi di Firenze e Luca Carrà, fotografo e nipote del pittore, che è il responsabile dell’Archivio, un’occasione unica che vede riunite circa 130 opere, concesse in prestito dalle più importanti collezioni italiane e internazionali, pubbliche e private, raccolte in 7 sezioni tematiche: Tra Divisionismo e Futurismo; Primitivismo; Metafisica; Ritorno alla natura; Centralità della figura; Gli ultimi anni; Ritratti.

La mia pittura è fatta di elementi variabili e di elementi costanti. Fra gli elementi variabili si possono includere quelli che riguardano i princìpi teorici e le idee estetiche. Fra gli elementi costanti si pongono quelli che riguardano la costruzione del quadro. Per me, anzi, non si può parlare di espressione di sentimenti pittorici senza tener calcolo soprattutto di questi elementi architettonici che subordinano a sé tutti i valori figurativi di forma e di colore. A questi principi deve unirsi quello di spazialità, il quale non è da confondersi col prospettivismo; poiché il valore di spazialità non ha mai origini per così dire visive. Questo concetto nella mia pittura è espressione fondamentale.” (Carlo Carrà, 1962)

Percorso della mostra. Tra Divisionismo e Futurismo
La mostra vuole ricostruire l’intero percorso artistico del maestro attraverso le sue opere più significative partendo dalle iniziali prove divisioniste. In apertura troviamo le opere del primo decennio del ‘900, un periodo che lo stesso Longhi, nell’importante pubblicazione del 1937 (una breve ma autorevole monografia dedicata al pittore edita da Giovanni Scheiwiller per le edizioni milanesi Ulrico Hoepli), trattò velocemente e in mancanza di documenti certi, limitandosi a ricordare le “prime meditazioni sulla pittura” gli “scontri d’idee e di persone”, gli “studi di paese di sapore Divisionistico” e gli “aneddoti degli anni di Brera”.

La seconda opera presentata in ordine cronologico, accanto a quella sostanzialmente diversa intitolata La strada di casa del 1900, è l’Allegoria del lavoro, il dipinto commissionato a Carrà nel 1905, all’epoca in cui aveva assunto la qualifica di “operaio pittore” presso la Cooperativa Pittori e Imbiancatori di Milano. Un tema raro nella sua poetica, ma che l’artista riprenderà a distanza di decenni in altre opere presenti nel percorso espositivo molti decenni dopo, come i Costruttori, 1949.

Proseguendo, la mostra ci svela il passaggio dallo spirito divisionista a quello futurista con le opere: Uscita da Teatro del 1909-10 che rappresenta delle eleganti signore e uomini con la tuba, alcune carrozze e uno spalatore di neve, che si muovono appena fuori dal Teatro alla Scala di Milano durante una serata d’inverno, “uno dei dipinti in cui meglio espressi la concezione che avevo allora dell’arte pittorica” scrive lo stesso Carrà nella sua biografia edita da Longanesi nel 1947. E poi Stazione a Milano e Il movimento del chiaro di Luna (entrambe del 1910-11), La donna e l’assenzio (donna al caffè) e Ciò che mi ha detto il tram del 1911, fino a Il Cavaliere Rosso (Cavallo e Cavaliere) del 1913. Non mancano i manifesti, gli scritti, le poesie e una rassegna ricchissima di documenti del periodo futurista che consentono di avere una visione d’insieme e comprendere le note più sperimentali e d’avanguardia del suo percorso artistico.

Carlo Carrà, Il Cavaliere Rosso (Cavallo e Cavaliere), 1913, Milano, Museo del Novecento.

Primitivismo e…
Le opere Il fanciullo prodigio, La Carrozzella e Composizione tra il 1915-16 aprono al primitivismo e successivamente alla Metafisica con Composizione TA (Natura Morta Metafisica), Il gentiluomo ubriaco (1916-17) e testimoniano l’allontanamento dal movimento futurista di Marinetti avvenuto l’anno precedente (che non verrà mai rinnegato, e più volte dichiarato dal pittore come periodo imprescindibile per la sua arte) e lo stringersi dei rapporti con il gruppo fiorentino raccolto intorno alla nuova “Voce” diretta da De Robertis.

 Carlo Carrà, La carrozzella, 1916, Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Collezione VAF-Stiftung

Carlo Carrà, Composizione, 1915,  Mosca, State Pushkin Museum of Fine Arts, Arch. Fotografico State Pushkin Museum of fine Arts, Mosca

…Metafisica
Lasciato il Futurismo nel marzo del 1916, i miei pensieri riguardo l’arte erano arrivati al punto in cui l’animo s’acqueta nella tranquilla contemplazione della realtà; e se voglio investigare un po’ a fondo le cause dell’apparizione del manichino nella mia pittura, debbo concludere che talvolta la contingenza diviene spinta essenziale per produrre quel magico incanto che è l’opera pittorica […]” –  tratto dal catalogo della mostra a Palazzo Reale nel 1962.

Nel catalogo del 1962 Carrà stesso racconta la genesi della comparsa del “manichino” nella sua pittura del periodo metafisico: un caso fortuito che lo vide girovago nella Ferrara del 1917, una notte – racconta – s’imbattè in alcuni manichini appoggiati di fronte alla facciata di una casa e illuminati dal chiaro di luna, e sentendo il bisogno di ritrarre a matita ciò che stava vedendo, fece un disegno e lo inviò corredato di un testo poetico alla rivista “La brigata” diretta dall’amico Bino Binazzi.

Carlo Carrà, Gentiluomo Ubriaco (1916), Collezione privata

Carlo Carrà, La musa metafisica, 1917, Milano, Pinacoteca di Brera

Ritorno alla natura
Dal 1919 Carrà torna a Milano dopo la chiamata alle armi e inizia a collaborare con la rivista “Valori Plastici” a questo periodo appartiene Il pino sul mare, 1921 opera chiave per gli sviluppi futuri di ritorno alla Natura, e testimonianza della sua volontà di realizzare attraverso una natura “mitica” una grande e nuova verità.

Questa ricerca della verità racchiusa nei suoi paesaggi e nelle nature morte attesta il suo ritorno alla realtà a partire dagli anni venti, con una scelta tematica che lo vedrà attivo sino alla fine dei suoi anni, non senza trascurare le grandi composizioni di figura, soprattutto degli anni Trenta.

Carlo Carrà, Il pino sul mare, 1921, collezione privata.

Carlo Carrà, Cinqualino, 1939, Firenze, Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi

Carlo Carrà, Il bersaglio, Collezione privata

Centralità della figura
“Le mie aspirazioni erano dunque improntate al realismo, ma non ho certo dimenticato il concetto che la pittura è cosa mentale, come ebbe a definirla Leonardo.” – dal catalogo della mostra a Palazzo Reale, 1962.

L’opera più interessante e rappresentativa del periodo è Estate del 1930 a chiusura degli anni di intenso lavoro sul paesaggio e verso il rapporto paesaggio-figura che culmina con l’opera I nuotatori (Bagnanti) del 1930-32.

In mostra sono presentati anche gli affreschi per il Palazzo di Giustizia di Milano, documentati dai grandi cartoni preparatori, testimonianza di una delle opere più interessanti della pittura murale di Carrà.

La mostra non intende proporre solo la produzione artistica di Carrà, ma anche i tratti e i momenti più significativi di quella che lui stesso definisce “una vita appassionata” corredata pertanto da documenti, fotografie, lettere e numerosi filmati sull’intensa biografia di Carlo Carrà, di cui in prima persona ci dà conto nelle pagine de La mia vita, l’autobiografia che ha scritto nel 1942.

Carlo Carrà, I Nuotatori 1932, Augusto e Francesca Giovanardi Collection

Carrà e Roberto Longhi
Il pittore e il critico si conobbero a Roma nel febbraio 1913, in pieno clima futurista, complice una mostra che fece scalpore, quella sui Pittori futuristi tenutasi al Ridotto del Teatro Costanzi. Roberto Longhi, da parte sua, nato anch’egli in Piemonte, ad Alba nel 1890, aveva compiuto gli studi universitari a Torino, laureandosi ventunenne, nel 1911, con Pietro Toesca con una tesi, pionieristica e d’avanguardia artistica, sul Caravaggio, da ricordare inoltre come particolarmente significativa per l’aspirante storico dell’arte, anche per assonanza formativa con Carlo Carrà – oltre che con Giorgio Morandi –, la sua visita alla Biennale di Venezia del 1910.

Negli anni a seguire si sarebbero infittite le occasioni dei loro incontri e dei “concitati colloqui”, in cui avrebbero messo a fuoco le proprie predilezioni o esclusioni critiche, ma anche le tante sintonie.  Soprattutto vanno ricordate, già negli anni venti, le visite milanesi di Longhi – cosi da lasciare intendere come per lui fosse prioritario il contatto diretto con le opere, secondo una costante della propria ricerca – mentre Carrà “sferzava la tela nello stambugio di via Vivajo, col solito vetro rotto che metteva alla disperazione lo scultore Medardo Rosso”, durante le frequentazioni pressochè quotidiane, e le comuni estati passate in Versilia, quando, a partire dagli anni trenta, anche il critico aveva trovato una casa estiva e raggiungeva quotidianamente il pittore nella villetta che questi, affascinato dal luogo, si era fatto costruire già nel 1926 “per la sacramentale partita a bocce” che li vedeva entrambi “lanciatori provetti”.(Tratto dal saggio introduttivo del catalogo della mostra a cura di Maria Cristina Bandera Carlo Carrà attraverso la lente di Roberto Longhi).

Biografia
Nato nel 1881 a Quargnento (Alessandria). Nel 1895 si trasferisce a Milano, conosce la pittura di Segantini e Previati, e nel 1900 parte per Parigi, in occasione della grande Esposizione Universale, e poi per Londra. Rientrato in Italia, fino al 1902 esegue decorazioni e dipinge i primi paesaggi, passando poi a frequentare i corsi di Cesare Tallone all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove conosce Boccioni.

Del 1910 è l’incontro con Marinetti e la stesura del Manifesto dei pittori futuristi, elaborato con Boccioni, Russolo, Balla e Severini. Nel febbraio 1912 è presente con gli altri del gruppo a Parigi per la storica mostra Les peintres futuristes italiens: Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini.

Dopo alcune esperienze di ambito primitivista, ancora influenzate dall’ambiente parigino di Picasso e del Doganiere Rousseau, nel 1917 a Ferrara si avvicina a de Chirico e Savinio: è il tempo della pittura metafisica che determina un profondo cambiamento e prepara anni di meditazione e di studio sulla grande tradizione pittorica italiana. Se ne trova il riflesso nei suoi saggi Parlata su Giotto e Paolo Uccello Costruttore, pubblicati su «La Voce» nel 1916.

La sua collaborazione a «Valori Plastici», la rivista diretta da Mario Broglio, testimonia i suoi interessi critici che più tardi si estenderanno all’impegno recensorio dei fatti artistici nelle pagine dell’ «Ambrosiano».

Intorno al 1921 Carrà sente il bisogno di riprendere il contatto diretto con la natura: in quell’anno, durante l’estate in Liguria, a Moneglia, dipinge il suo capolavoro più noto, Pino sul mare. Fra il ’24 e il ’30 soggiorna in Toscana scoprendo il paesaggio e le spiagge della Versilia, a cui dedica un grande numero di dipinti. Nel 1928 è presente alla Biennale di Venezia con quattordici opere; due anni dopo tiene una personale con Soffici alla Galleria Bardi di Milano e, nel 1931, ha una sala alla prima Quadriennale d’Arte a Roma.

Tra il 1934 e il 1938 viaggia in Campania, Algeria e Malta e si dedica alla grande pittura murale: porta a compimento nel 1938 i due grandi affreschi per il Palazzo di Giustizia di Milano. Nel 1941 gli viene assegnata, per chiara fama, la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 1942 termina di scrivere la sua autobiografia, La mia vita, un documento importante per la storia dell’arte italiana del Novecento pubblicata a Roma da Longanesi l’anno seguente.

Nel 1950 ottiene il Gran Premio per la pittura alla XXV Biennale di Venezia. Nel 1962 la città di Milano gli dedica a Palazzo Reale una grande mostra monografica. Continuano i soggiorni estivi con la famiglia e gli amici intellettuali in Versilia e a Forte dei Marmi: le ‘marine’ rimangono soggetto prediletto dell’artista fino agli ultimi anni. Muore a Milano il 13 aprile 1966. Solo un mese prima aveva dipinto la sua ultima opera, Natura morta con bottiglia e chicchera. – fonte cim.mart

mostracarlocarra.it
Cartella Stampa


Fino al 3 febbraio 2019
Carlo Carrà
Palazzo Reale
Piazza del Duomo, 12, Milano
ORARI: lunedì 14:30 – 19:30
martedì, mercoledì, venerdì, domenica 09:30 – 19:30
giovedì e sabato 09:30 – 22:30
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
www.palazzorealemilano.it

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