Alik Cavaliere, L’universo verde

Milano racconta la figura di Alik Cavaliere, artista tra i più significativi della scultura italiana del secondo novecento, nel ventennale della sua scomparsa. Cavaliere ha legato indissolubilmente la sua vocazione artistica alla città, dai primi passi come studente all’Accademia di Brera, dove ha poi insegnato per trent’anni, fino allo storico studio in via Bocconi. Nasce così la mostra L’universo verde che idealmente parte dalla splendida Sala delle Cariatidi, a Palazzo Reale per diffondersi in giro per la città: dal Centro artistico Alik Cavaliere al Museo del novecento, dalle Gallerie d’Italia a Palazzo Litta, fino all’Università Bocconi dove, nei pressi, nasceva il suo primo studio.

Alik Cavaliere, Il fiore, le radici, la terra (dettaglio), bronzo, ottone e acciaio, 1965. Foto di Valeria Corbetta

Nella sua ricerca Alik ha affrontato molti soggetti differenti ma il tema della natura, nei suoi aspetti di rigoglio e sofferenza, espansione e costrizione, è il cuore di tutto il suo lavoro. Un lavoro che prende spunto da tante fonti artistiche (da De Chirico a Magritte, da Giacometti a Duchamp, dall’informale alla Pop Art all’arte concettuale, senza escludere qualche reminiscenza Libery) che si caricano di ulteriori suggestioni poetiche e filosofiche, dando vita a opere ricche di significato, ma mai letterarie o meramente contenutistiche.

Alik Cavaliere, Il cortile (dettaglio), bronzo, resina, legno, ceramica, porcellana e piombo, 1965-67. Foto di Valeria Corbetta

Alik Cavaliere, Il cortile (dettaglio), bronzo, resina, legno, ceramica, porcellana e piombo, 1965-67. Foto di Valeria Corbetta

Alik Cavaliere, Il cortile (dettaglio), bronzo, resina, legno, ceramica, porcellana e piombo, 1965-67. Foto di Valeria Corbetta

“Educato passo per passo alla negazione della frase fatta, al rigetto dello slogan, all’evasione dal conformismo, al rifiuto di ogni atteggiamento borghese e omologato, formato all’amore per i classici e la passione per l’arte, abituato a riflettere sempre in modo autonomo e critico, senza idoli e pregiudizi, nella vita e nell’opera Alik fu incapace di accodarsi, di accondiscendere per comodità o pigrizia, di accettare compromessi” (Fania Cavaliere, “La natura di mio padre” in Alik Cavaliere, l’universo verde, SilvanaEditoriale, 2018)

Le opere esposte a Palazzo Reale mettono in luce le diverse fasi e tematiche dell’artista, dalle monumentali Metamorfosi dei tardi anni Cinquanta all’innovativo personaggio Gustavo B. dei primi anni Sessanta, protagonista di un racconto composito sulle tante esperienze dell’uomo del tempo, accostato a Bimecus, una valigetta “fai da te” contenente elementi in bronzo e legno, un tempo componibili anche dall’osservatore per entrare in sintonia con l’autore.
Emergono capolavori di straordinaria suggestione come Quae moveant animum res. Omaggio a Magritte, datato 1963 e il famoso Monumento alla mela, sempre del 1963; in particolare in questi due lavori l’artista riprende da Magritte il tema della mela al quale associa il pensiero di Lucrezio secondo cui la mente umana genera immagini anche irreali e la natura è vista come un ciclo infinito di nascita e morte.

Alik Cavaliere, Facile hinc cognoscere pommis o Monumento alla mela (dettaglio), bronzo, 1963. Foto Valeria Corbetta

“Perché la scultura che può fare una Venere, non può fare un pomo?”, si chiedeva Arturo Martini nella Scultura lingua morta. Cavaliere gli ha involontariamente risposto, creando un mondo plastico che è prima di tutto il regno della mela, dell’albero, del fiore, anche se la presenza dell’uomo è sempre sottintesa, quando non esplicita. Dello stesso periodo si osservano Tibi suavis dedala tellus submittit. La terra feconda di frutti e Il tempo muta la natura delle cose, esposte nel 1964 in una sala personale alla Biennale di Venezia.

Alik Cavaliere, W la liberà, bronzo ferro, gomma e stoffa, 1977. Foto di Valeria Corbetta

La mostra si sofferma inoltre su un tema ricorrente nella poetica dell’artista, la gabbia, quale simbolo dei limiti e delle costrizioni che incombono sull’uomo; una condizione ben rappresentata in E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce, 1967, approfondita nei numerosi lavori successivi dal titolo W la libertà in cui gli elementi naturali, imprigionati all’interno di rigide forme geometriche, tentano invano di evadere. Come afferma lo scultore: “La gabbia era un senso di oppressione di qualche cosa a cui non riusciamo a sfuggire. Ho anche imprigionato ricordi, memorie, cose che si erano perdute. La natura fioriva all’esterno di questa gabbia”.

“Al di là di ogni paludata e rassicurante ideologia, oltre ogni regola preconcetta e assetto aprioristicamente stabilito, Alik era impegnato in una ricerca di senso che nasceva proprio dalla mancanza di fede in un ordine costituito, in un impianto metafisico dotato di ragionevolezza o finalismo, scortato solo dall’amore per la cultura, da una grande voglia di raccontare e da un profondo senso dell’humor” (Fania Cavaliere, “La natura di mio padre” in Alik Cavaliere, l’universo verde, SilvanaEditoriale, 2018) 

Alik Cavaliere, Albero (dettaglio), bronzo, 1964. Foto di Valeria Corbetta

Alik Cavalierei, dettaglio della lavorazione in cera di una rosa. Foto Valeria Corbetta

Di grande rilievo sono le sculture monumentali come lo spettacolare Albero per Adriana, 1970, Mezzo albero, 1971 e il percorso si conclude, negli anni Novanta, con l’irripetibile installazione della Grande pianta. Dafne (cm 450x410x400), 1991. L’opera, riprendendo il mito di Apollo e Dafne narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, ritrae la figura femminile avvolta da un intrico di rami e allude al all’eterno legame simbiotico e non tra l’uomo e il mondo naturale.

Alik Cavaliere, Grande pianta, Dafne (dettaglio), bronzo e ottone, 1991. Foto Valeria Corbetta

Alik Cavaliere, Grande pianta, Dafne (dettaglio), bronzo e ottone, 1991. Foto Valeria Corbetta


Fino al 9 settembre
Alik Cavaliere, L’universo verde
www.alikcavaliere.it

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